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Musicisti, cantanti, compositori, gruppi, interviste

Notte della Taranta 2005

INTERVISTA AD AMBROGIO SPARAGNA

Quali sono le caratteristiche fondamentali e le differenze della Notte della Taranta con altri festival di musica folk?

La Notte della Taranta è prima di tutto un grande laboratorio musicale e culturale. Ci sono molti altri eventi in Francia, Inghilterra ed Ungheria che riuniscono gruppi di realtà differenti che propongono le loro novità, dai gruppi di musica folk ai costruttori di strumenti tipici delle tradizioni musicali, Ma sono prima di tutto dei festival; se voglio conoscere le realtà emergenti della musica africana, seguo festival particolari che si svolgono in Francia. Nel Salento vediamo ogni anno un evento unico, un festival tematico che produce un progetto culturale con un’orchestra stabile che lavora sul repertorio popolare; al contempo diversi gruppi musicali presentano il loro repertorio nei concerti dei Comuni della Grecìa Salentina prima di giungere al concerto finale a Melpignano. Inoltre, nessun altro festival riesce ad unire così tanta gente intorno alla musica popolare.

In questo luogo cerchiamo di mettere in piedi un modello che sancisce una tecnica d’espressività e d’uso della musica popolare che poi diventa un punto di riferimento per altri.

Quali sono le fasi di preparazione di un simile evento?

Abbiamo iniziato a lavorare già nel mese di marzo con audizioni, ricerche di testi e progetti.

Qual è il suo progetto nell’edizione del 2005?

Bisogna partire, credo, dall’idea che nella civiltà contadina la musica popolare esalta soprattutto la parola cantata e la comunicazione verbale. La musica strumentale fine a se stessa, intesa come “fatto meraviglioso” e puro piacere, è un concetto assente. Nella tradizione contadina la musica strumentale è prima di tutto legata ad una funzione pratica: per accompagnare un gregge, ad esempio, si usano le zampogne e non certo il canto. La riconoscibilità di questi canti popolari avviene prima di tutto attraverso la melodia cantata.

Il mio progetto è principalmente quello di recuperare il canto popolare ed esprimere la sua funzione comunicativa attraverso l’incedere del canto con il ritmo; sotto questo profilo il lavoro che conduco con le voci è rappresentativo, non a caso nell’orchestra ci sono diciotto cantanti.

Qual è stato il suo approccio con i testi?

Ho cercato di avvicinarmi ai testi da etnomusicologo. Mi sono accorto che gran parte del repertorio eseguito dai gruppi è frutto di un revival messo in campo da una quindicina d’anni a questa parte e che varia secondo le molteplici forme d’esecuzione; per me era importante recuperare le radici, i modi del canto e le tecniche. Mi sono documentato direttamente sulle fonti, considerando anche il fatto che il Salento è l’area culturale in cui è stato realizzato il maggior numero di raccolte etnomusicali. Questo non è stato un lavoro prettamente filologico, in quanto le fonti che ho utilizzato testimoniano una tradizione orale frutto di una stratificazione culturale di più livelli, lunga e anonima, patrimonio di tutti.

Credo che il canto popolare vada inteso come un modello; bisogna quindi rispettare e capire i motivi musicali e tentarne un’attualizzazione. Tutto questo è possibile attraverso un recupero del testo, capace di adeguare il linguaggio musicale a quello verbale. Uso le fonti come dei classici: il modo di raccontare alcune vicende, il modo di usare la musica come accompagnamento alla vita individuale, formule, queste, tipiche del canto popolare.

Credo che l’edizione del 2005 sia quella che più mi rappresenta dal punto di vista concettuale, anche rispetto all’edizione dello scorso anno. E questo perché, a mio avviso, il canto popolare si caratterizza nella specificità che il progetto tende a realizzare.

Cosa spinge tante persone ad assistere al grande concerto?

La Notte della Taranta è una festa di popolo capace di coinvolgere migliaia di persone d’ogni età; è un atto di gioia per giovani e anziani, famiglie e addetti ai lavori, dove la musica è protagonista di una liberazione non da presunti stati di possessione, ma da un malessere di mediocrità e di quotidianità. Come in altri tempi, ancora oggi la festa popolare riesce a facilitare la vita quotidiana.

Questo grande evento si pone come un ponte tra l’arcaico e il moderno; il dovere dell’accoglienza spinge i salentini a regalare agli ospiti una grande festa dove si offre il meglio di se, le proprie tradizioni, la storia e la musica.

Sandro Mele