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cellule STAMINALI UMANE
embrioni morti come risorsa
Dopo anni passati a discutere sull’impiego delle cellule
staminali per far fronte a numerosi patologie cliniche,
finalmente si sta aprendo una nuova prospettiva per i milioni
di pazienti affetti da gravi malattie metaboliche, neurologiche,
muscolari, cardiovascolari e neoplastiche, che attendono da ogni
parte del mondo di conoscere l’esistenza di una via d’uscita
alle loro sofferenze.
Il barlume di speranza viene offerto loro, dalla recente
possibilità di far crescere in laboratorio grazie all’utilizzo
di linee isolate di cellule staminali coltivate su appositi
substrati fisiologici, nuove cellule differenziate e tessuti da
impiantare. Da tempo, studiosi e scienziati hanno scoperto che
le cellule staminali possiedono la proprietà di autorinnovarsi
in coltura e di differenziarsi a certe condizioni, dando origine
ai tipi cellulari che compongono tessuti e organi, ma il freno
che ne limitava la sperimentazione, era legato a problematiche
di tipo etiche, tra chi sosteneva che ottenere cellule staminali
embrionali fosse un insulto alla possibile vita che poteva
derivare dagli embrioni stessi, e chi in nome della scienza
auspicava ad una sperimentazione più mirata e continuativa.
Adesso, grazie alle ricerche ed al lavoro del Professor Miodrag
Stojkovic della University of Newcastle, finalmente entrambi gli
schieramenti potrebbero essere accontentati, in quanto sembra si
sia trovato il modo per ottenere cellule staminali embrionali
umane senza sacrificare embrioni vitali, ma utilizzando embrioni
già morti naturalmente, ovvero quelli prodotti per la
fecondazione in vitro che sono morti ancor prima di poter essere
impiantati in utero.
Nel rispetto della vita e nell’amore verso la propria
professione, il Professor Miodrag Stojkovic, afferma che solo
qualora si potesse migliorare il processo per la creazione di
numerose popolazioni staminali, molti pazienti avrebbero
un’elevata percentuale di possibilità di guarigione, poiché
sarebbe possibile ottenere da “staminali embrionali umane
etiche" neuroni per sostituire o integrare quelli degenerati e
non più funzionali, in pazienti colpiti da morbo di Parkinson,
malattia di Alzheimer, sclerosi multipla, ischemia o lesione
spinale, oppure cellule delle isole pancreatiche del Langherans,
in grado di secernere insulina una volta innestate in pazienti
affetti da diabete mellito di tipo I (IDDM, diabete mellito
insulino-dipendente).
Compiuti gli studi preliminari sull’animale di laboratorio, la
ricerca biomedica che persegue attualmente questi obiettivi,
necessita quindi ora più che mai di disporre di adeguate
quantità di cellule staminali umane da coltivare, analizzare
sotto il profilo dell’espressione genica e della biochimica
cellulare, e sottoporre a stimolazione da parte di condizioni
ambientali, fattori di crescita e altre molecole in grado di
orientarne la differenziazione nella direzione epigenetica
prevista o desiderata.
Ma come fare ad ottenere cellule staminali, da embrioni già
morti?
Premesso che le
sorgenti di cellule staminali umane sinora identificate sono la
massa cellulare interna dell’embrione allo stadio di
blastocisti, i tessuti embrionali dalla quarta settimana di
sviluppo, e fetali, tra i quali quelli del fegato, del midollo
osseo e del cervello, che sono ricchi di cellule staminali, il
sangue contenuto nel cordone ombelicale, che ancora lega la
circolazione portale del neonato alla placenta durante il parto,
ed alcuni tessuti presenti nel corpo dell’adulto, compreso lo
stesso sangue periferico, basta pensare che quasi la metà degli
ovociti fecondati per la procreazione in vitro risulta incapace
di raggiungere un livello di sviluppo tale da poter essere
impiantato nell'utero dell'aspirante mamma.
Il loro sviluppo quindi, si arresta spontaneamente, gli embrioni
muoiono e possono essere utilizzati per ottenere cellule
staminali umane che prima non venivano neanche prese in
considerazione, dato che fino a poco tempo fa gli embrioni che
non raggiungevano lo sviluppo e quindi morivano, venivano
semplicemente gettati via.
Un altro aspetto della stessa ricerca riguarda il raggiungimento
di cellule staminali aventi patrimonio genetico preordinato (ad
esempio, identico a quello del paziente sul quale verrà
effettuato l’innesto, nel caso tali cellule non fossero
prelevabili dal suo corpo) o modificato.
Nel primo caso è stato ipotizzato il ricorso alla clonazione
per sostituzione di nucleo, quella usata per intenderci sulla
pecora Dolly, che genera un embrione da un ovocita enucleato di
donatrice e dal nucleo di una cellula somatica del paziente
stesso.
Il secondo caso può essere applicato anche a cellule staminali
di origine non embrionale, come quelle ottenute dal sangue del
cordone ombelicale o da tessuti di organismi adulti, in quanto
non comporta la sostituzione dell’intero patrimonio genetico
nucleare ma si limita ad un intervento genomico assai contenuto
e mirato, simile a quello della terapia genica somatica.
Per ora la strada della sperimentazione sembra ancora lunga e
difficoltosa, ma queste scoperte scientifiche fanno ben sperare
per una soluzione fattibile e non troppo lontana.
Se ulteriori esperimenti, confermeranno infatti la tesi ed il
lavoro realizzato dal Professor Miodrag Stojkovic, la frontiera
delle cellule staminali potrà finalmente essere abbattuta e con
essa la paura ed i tabù legate a molte malattie.
Laura Spada - febbraio 2007
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