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cultura: rubrica dedicata ad associazioni, biblioteche, luoghi, personaggi e festività

DALI’

 SURREALISTA INTEGRALE

Dalì - La tentazione di Sant'Antonio - Litografia (1946)Salvador Dalí (Figueras 1904-1989) è universalmente considerato uno dei più grandi artisti del XX secolo e uno dei più interessanti surrealisti, certamente il più famoso del gruppo fondato da André Breton, dal quale peraltro si staccò presto a causa della sue posizioni “eretiche”.

Partendo dalla sua personale teoria della “paranoia critica” sviluppò nelle sue opere tematiche di carattere psicoanalitico, con virtuosistici e paradossali accostamenti di immagini e situazioni che immancabilmente suscitano sorpresa e curiosità nell’osservatore.

Poeta, scrittore e uomo di cinema accanto a Buñuel e Hitchcock, oltre che pittore e scultore, Dalí fu anche un grande comunicatore che, alla pari di Andy Warhol e anzi precedendolo di qualche decennio, seppe imporre la propria personalità a livello internazionale grazie all’originalità delle sue teorie e dei suoi atteggiamenti spregiudicati e anticonvenzionali, ben riassunti nel famoso manifesto My lucha: “Contro la semplicità, complessità; contro la uniformità, diversificazione; contro il collettivo, l’individuale; contro la politica, la metafisica; contro la rivoluzione, la tradizione; contro la medicina, la magia; contro lo scetticismo, la fede”, ecc.

“Esistono diversi modi di concepire il surrealismo. Lo si può intendere come movimento organizzato, che prende vita nel 1924 con la pubblicazione del Manifesto e che si identifica in primo luogo con le scelte del suo fondatore e teorico André Breton, oppure lo si può intendere come una visione del mondo, una concezione dell’arte e della vita, che esiste da sempre e non avrà mai fine. Vi è poi una visione più sfumata che, pur salvaguardando la dimensione storica del surrealismo, ne rintraccia lo spirito nelle opere che ha prodotto, valutandone l’attuazione concreta nell’incontro tra le personalità creatrici e l’urgenza delle nuove istanze che si fanno strada a partire dai primi anni Venti.

In quest’ottica la produzione di Salvador Dalì non può non apparire come l’incarnazione più coerente della poetica surrealista. Paradossalmente, è stata proprio la sua assoluta fedeltà al dettato del Manifesto ad allontanarlo dai compagni e a provocare la sua estromissione dal gruppo”; così ci dice Ilaria Ortolina, curatrice, insieme a Laura Ravasi, della imponente mostra ( e del catalogo edito da Mazzotta) Salvador Dalì e i surrealisti. L’opera grafica, allestita tra gli stucchi settecenteschi della ex Chiesa di S. Agostino – Pinacoteca Marco Moretti a Civitanova Marche Alta, uno degli angoli più suggestivi della provincia di Macerata, a due passi dalla casa natale di Annibal Caro, il famosissimo traduttore dell’Eneide.

In particolare, va detto che è stata proprio l’incessante applicazione da parte del geniale artista catalano (Figueras 1904 – 1989) del “dettato del pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di qualsiasi preoccupazione estetica o morale” a determinare la “scomunica” di Breton, e che gli consentirà di considerarsi l’unico “surrealista integrale”. Certo, il lavoro e la figura artistica di Dalì non si esauriscono nel surrealismo; ma di questo egli fece una regola di vita, anzi, come sottolinea ancora l’Ortolina, “di una vita senza regole, se non quelle dettate dal suo mondo interiore, dalle sue ossessioni e idiosincrasie”. La sua singolare vicenda, infatti, è connotata da una perfetta identificazione tra vita e arte e dalla costruzione della propria esistenza come un’opera d’arte.

Promossa dal Comune di Civitanova e dalla Fondazione Mazzotta con il patrocinio di diversi Enti e il contributo di numerosi sostenitori privati, la mostra si offre come uno dei principali avvenimenti culturali dell’estate marchigiana, sia per la ricchezza dell’esposizione (oltre centosessanta opere grafiche di Dalì e dei suoi più originali compagni di strada, da de Chirico a Man Ray, da Max Ernst a Matta, da Picasso a Duchamp, per citarne solo alcuni; si possono ammirare anche alcuni “cadavres exquis”, ovvero disegni realizzati a più mani in un curioso gioco di associazione di immagini), sia per l’importanza dell’artista catalano e degli altri surrealisti nella storia dell’arte del Novecento. L’evento espositivo dà occasione di rivisitare storicamente e criticamente un personaggio che ha avuto, oltre ad un grande successo commerciale, una notorietà senza pari presso il grande pubblico e una costante attenzione da parte dei media, ma che ha suscitato anche tanta diffidenza da parte della critica più esigente, che solo negli ultimi anni ha cominciato a mettere da parte non pochi pregiudizi sulla sua figura (da ultimo, si ricorderà la importante mostra di Palazzo Grassi a Venezia).

Partendo dalla sua personale teoria della “paranoia critica” sviluppò nelle sue opere tematiche di carattere psicoanalitico, con virtuosistici e paradossali accostamenti di immagini e situazioni che immancabilmente suscitano sorpresa e curiosità nell’osservatore. La sua formazione avvenne principalmente alla Scuola di Belle Arti di Madrid, dove ebbe modo di incontrare Federico Garcia Lorca e Luis Bunuel. La sua pittura, nei primi anni Venti, fu contrassegnata via via da suggestioni futuriste, metafisiche e cubiste, mescolate alla grande ammirazione per Meissonnier, finchè non vide, in riproduzione, opere di Ernst, Mirò, Breton e Eluard, che lo orientarono verso il surrealismo, di cui diede tuttavia un’interpretazione estremamente personale, caratterizzata dalla combinazione della psicoanalisi freudiana con quadri di de Chirico, Magritte, dello stesso Ernst e di Tanguy; con il risultato di una pittura illusionistica, fondata su una intensa concentrazione di immagini popolate da ossessioni. Successivamente, la sua creatività si sarebbe orientata verso un realismo accademico, via via sempre più virtuosistico, accompagnato da una sorta di delirio deformante e perfino macabro; per approdare, nel dopoguerra, ad una produzione sempre più copiosa e libera nell’invenzione, anche nel campo dell’illustrazione e della grafica, in cui alla perizia tecnica si associa una straripante fantasia, capace di inventare e intrecciare elementi realistici e simboli, ricordi d’infanzia e paesaggi catalani con libere associazioni del “delirio paranoico”.

Poeta, scrittore e uomo di cinema accanto a Buñuel e Hitchcock (anche quest’aspetto viene ricordato con una rassegna cinematografica), oltre che pittore e scultore, Dalí fu anche un grande comunicatore che seppe imporre la propria personalità a livello internazionale grazie all’originalità delle sue teorie e dei suoi atteggiamenti spregiudicati e anticonvenzionali, ben riassunti nel famoso manifesto My lucha: “Contro la semplicità, complessità; contro la uniformità, diversificazione; contro il collettivo, l’individuale; contro la politica, la metafisica; contro la rivoluzione, la tradizione; contro la medicina, la magia; contro lo scetticismo, la fede”. Il “caso” Dalì, nel panorama artistico del secolo appena archiviato, rimane abbastanza singolare, poiché non è stata soltanto la sua produzione ad aver influito nell’arte a lui contemporanea, ma anche il modo di gestire il suo “personaggio”, la capacità di servirsi dei mezzi di comunicazione e di recepire tempestivamente le trasformazioni culturali del tempo. E qui è spontaneo il “rinvio” alla vicenda di Andy Warhol (a cui proprio Civitanova dedicò la scorsa estate una riuscitissima mostra), che seguì di qualche decennio l’esperienza del grande catalano. Come il protagonista della pop-art, Dalì ha saputo percepire i meccanismi di una società dominata dall’immagine, dove si confonde sempre più il confine tra cultura “alta” e cultura “popolare” e l’artista diventa primo attore in uno spettacolo che si replica quotidianamente.

Fonte: comunicato stampa in occasione della mostra: "Salvador Dalí e i surrealisti". L'opera grafica" tenutasi a Civitanova Marche Alta (Macerata) - Ex Chiesa Sant’Agostino – Pinacoteca Marco Moretti dal 26 giugno al 30 ottobre 2005

 

 

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