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Alessandra Giordani intervista i “Radiodervish” in occasione dell’anteprima
nazionale di “Bandervish” con Livio Minafra e la Banda “Giuseppe Verdi” di
Sannicandro di Bari
Nabil:
Innanzitutto io, essendo nato e cresciuto in Libano e avendo avuto fino a poco
tempo fa lo status di rifugiato palestinese, sono arrivato a Bari per continuare
gli studi in Ingegneria, avendo un’idea dell’Occidente e dell’Italia fonte di un
immaginario basato principalmente sulla televisione e sui film, filtrato
dai mezzi mediatici. Devo dire quindi di aver avuto di fronte al mio
arrivo sicuramente qualcosa di diverso e di aver sentito un forte senso di
sorpresa, poiché l’Occidente per chi è lontano ha un altro sapore. Durante i
primi periodi all’università mi sono mantenuto dando ripetizioni e collaborando
con Al Jazeera come corrispondente dall’estero, poi è arrivata la musica a
prendere sempre più spazio, grazie anche all’incontro con Michele e alla nascita
spontanea della nostra collaborazione. Quello che
mi ha stupito maggiormente fin dal mio ingresso in Puglia e a Bari è stato
comunque il riscontrare una certa familiarità rispetto al contesto cui ero
abituato nei suoni, nei colori, nelle atmosfere, nei tratti somatici e nel
calore delle persone. Questo è stato per me un motivo di forte emozione, anche
se confesso che di questa sensazione non ho avuto piena coscienza da subito ma
si è via via cristallizzata con il tempo.
Ora posso dire che, dopo aver vissuto
due emigrazioni, una appena nato (in quanto figlio di rifugiati, ero a
mia volta già rifugiato alla nascita) e una in Romania, dove sono stato a
studiare per un periodo, credo di aver trovato in questa terza situazione
pugliese la mia collocazione ottimale: però è stato necessario vivere man mano
per acquisire questa consapevolezza e avvalorare questa rivelazione, dopodiché
ho scelto: insomma ad oggi posso
dire di sentirmi un vero pugliese come chi abita da sempre questo angolo
dell’Italia. Fin dagli inizi i
Radiodervish hanno unito Oriente e Occidente, ma hanno raccontato anche
l’Italia, traendo suggestioni dal suo presente. Pensate sia cambiata la
situazione intorno a voi in questi anni?
Nabil:
Certamente sì. Ecco, noi abbiamo vissuto enormi cambiamenti soprattutto in
Puglia e abbiamo cercato di vederla, sentirla, raccontarla, attraversarla e
musicarla seguendone il corso. Oggi il contesto che viviamo è molto diverso da
quello che ricordiamo io e Michele come cornice dei nostri primi incontri.
Questa trasformazione è passata attraverso degli episodi molto significativi ed
importanti: ad esempio nel 1991 abbiamo avuto nel porto di Bari l’arrivo della
Vlora, quell’enorme nave carica di migliaia di rifugiati albanesi. Questo evento
ha rappresentato il punto di partenza di una nuova era e ha
sancito l’inizio di un nuovo tempo, provocando delle ricadute molto forti
sul contesto locale e non solo. Ed è stato proprio il sentire sulla pelle questi
cambiamenti che ci ha portato ad inserire
nel nostro repertorio racconti e a trasmettere emozioni ispirate appunto
a questa nuova realtà, di cui ci siamo sentiti parte integrante sia a livello
umano che a livello artistico. Le vostre diverse
scelte linguistiche attraverso i vari brani le avete sempre definite analoghe a
scelte “strumentali” funzionali ad
esprimere sentimenti: quali le suggestioni alla base di queste molte variazioni?
Nabil:
È difficile dire quale lingua sia più adatta ad esprimere qualcosa rispetto ad
un’altra. Forse cambiare ci viene spontaneo perché abbiamo a disposizione molte
lingue, il che deriva dal fatto che siamo entrambi abituati e cresciuti in
contesti in cui queste si mescolano anche in un unico discorso (Michele è nato e
cresciuto a Ventimiglia terra di confine
tra la Liguria e la Francia, io nel contesto arabo che trova spesso queste
contaminazioni con l’inglese e il francese nel linguaggio comune).
Michele:
In realtà per noi viene tutto spontaneo e ogni scelta non sempre nasconde una
decisione logica: infatti ci piace passare con naturalezza da una lingua
all’altra. È come se, riflettendo a posteriori, a mischiare fosse l’istinto in
un gioco creativo che privilegia anche e soprattutto l’aspetto sonoro. Quindi
possiamo affermare che il fatto di avere a disposizione più “registri” e
“grammatiche” nelle lingue, che per noi sono analoghe a “musiche” portatrici di
senso e di mondi diversi, ci permette di osare e di esprimere di più: in un
certo senso è come avere poeticamente a disposizione delle stanze più ampie in
cui far muovere le nostre emozioni.
Si inserisce Livio Minafra (premio top
jazz 2008 come nuovo talento) e osserva:
Quando Nabil cambia lingua è come cambiar
strumento per un musicista, poiché cambia in realtà modo stesso di cantare. In
arabo ad esempio ha i microtoni, per cui nel canto si può produrre l’effetto di
un lamento, in italiano in quanto lingua occidentale l’effetto è più limpido,
mentre l’inglese risulta in certi casi con un pizzico di emozione in meno. È
quindi come se loro adoperassero dei registri diversi, analogamente a quanto
potrei fare io nell’utilizzo della fisarmonica. Ricorre in molti dei
vostri progetti l’unione di musica e letteratura, dalla contemporanea con
L’ottava vibrazione di Lucarelli,
alla mistica come per
In search of Simurgh e la Bibbia in
Beyond the Sea, all’epica con la
Gerusalemme Liberata del Tasso sempre
in quest’ultimo album: come
affiorano questi collegamenti e su quali stimoli musicali ma soprattutto emotivi
e filosofici si fondano?
Nabil:
I legami sottesi alle scelte sono sicuramente frutto sia di stimoli filosofici,
sia culturali, sia religiosi sia
emotivi, in base alle suggestioni di testi letti, racconti, esperienze fatte o
sentite. Tutto fa parte del grande contenitore di materiale cui attingiamo:
basterebbe già solo la letteratura italiana a produrre milioni di stimoli
quindi, se aggiungiamo anche la parte della tradizione appartenente alla sfera
araba e mediorientale, ci troviamo davanti a un’immensa mole di fonti di
ispirazione. Questo ha dato infatti un risultato come il nostro precedente disco
“Beyond the sea”, in cui sono unite insieme storie di mare a racconti epici e
religiosi.
Michele:
Ad esempio noi, al di là di mescolare suoni nelle canzoni per esprimere
suggestioni sonore, ci siamo posti dal lato del messaggio nell’ottica
dell’approccio da cantautori e ci siamo chiesti cosa volessimo comunicare.
Quindi è stato sull’onda emotiva della scelta musicale che abbiamo iniziato la
ricerca dei miti in comune tra le varie tradizioni per poter dire qualcosa che
ci interessasse. In questo senso per citare l’aspetto sacro,
la Bibbia ci ha palesato di essere un luogo primario di incontro e un
punto di partenza, da cui poi si diramano molti altri testi di secoli successivi
e in cui abbiamo quindi scoperto storie e miti da raccontare.
Fondamentalmente infatti ci piace raccontare storie con la musica.
Si inserisce nuovamente Livio Minafra che
aggiunge: Mi piacerebbe che i
“musicisti” in senso classico avessero la loro intraprendenza espressiva e la
loro creatività. Come è nata questa
collaborazione in “Bandervish” con Minafra e la Banda “Giuseppe Verdi” di
Sannicandro? Dove vi porterà nel prossimo futuro questo viaggio?
Nabil:
Questo progetto è nato quasi per caso con un concerto in piazza circa un anno e
mezzo fa, poi ha preso man mano vigore e ci ha portato
ad assistere tutti insieme alla nascita di questo bimbo, che ci piace
ancora accarezzare e portare in giro, vedendolo crescere. “Bandervish”, grazie
all’’unione di vari talenti, è
infatti per così dire il figlio di una maturità raggiunta dal nostro gruppo dopo
un ciclo artistico culminato nel precedente lavoro “Beyond the Sea”. Per il
momento abbiamo in programma a breve un concerto di ritorno nella nostra terra,
la Puglia, poi in Agosto saremo in Toscana, dove suoneremo con una banda locale
e poi chissà … se si comporta bene, il bimbo lo porteremo magari anche un po’
più lontano, magari a vedere il mondo. Altri progetti in
piedi al momento?
Nabil:
C’era in previsione un concerto a Tel Aviv che al momento è slittato a data da
definirsi per cause di forza maggiore visti i recenti e terribili episodi cui
tutti noi abbiamo assistito. Era a favore di una raccolta fondi per un museo di
una città araba, in Terra Santa, e speriamo quindi di poter effettivamente
realizzarlo quanto prima. Per il prossimo autunno dovrebbe essere in programma
una trasferta in Africa. Avete la nomea di
artisti dal respiro multietnico e dalla fama internazionale, ma conservate il
fascino di gruppo relativamente “di nicchia” nel panorama musicale italiano. La
non eccessiva visibilità è frutto di una vostra scelta o credete sia da
attribuire alla particolarità della vostra musica rispetto a quella proposta
dalla grande distribuzione commerciale?
Nabil:
Mah, questa è una domanda difficile! Probabilmente dipende da entrambe le
motivazioni. Forse quando eravamo agli inizi, abbiamo accarezzato ed immaginato
l’idea di una diffusione “larga”, adesso inseguiamo un’altra dimensione, quella
dell’emozione e del fare bene quello che vogliamo poi condividere con chi viene
ai nostri concerti, compra i nostri dischi e viene a contatto con noi. Questa è
la cosa che ci interessa oggi maggiormente, che l’emozione arrivi inizialmente a
noi ascoltando un disco appena fatto, per poi riuscire a trasmetterla. Ad
esempio, alla fine dei brani di “Bandervish” ci siamo trovati ad essere
soddisfatti del lavoro fatto. Nabil, nella tua
formazione c’è anche un’anima di giornalista: cosa ha rappresentato per te il
periodo di collaborazione con Al Jazeera e come vedi oggi il panorama
dell’informazione?
Nabil:
Quella come corrispondente giornalistico è stata un’esperienza decisamente
formativa, bella ed interessante e tutt’ora mi capita a volte di collaborare in
tal senso, ma non da corrispondente fisso, perché ad oggi ho altri interessi.
Peraltro mi accorgo sempre più spesso che stiamo vivendo un capitolo molto
difficile per chi produce e chi riceve informazione, per cui mi auguro di veder
cambiare le cose il prima possibile con l’avvento di tempi migliori. Grazie ragazzi,
complimenti e in bocca al lupo!
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